Tipologie di Coaching – Scopri le varie tipologie di Coaching e le correnti culturali che lo caratterizzano
La parola “Coaching” può essere tradotta in italiano con il termine “allenamento”.
La parola “Coach”, invece, deriva dal verbo “to coach” che ha la seguente traduzione: “allenare”.
Si tratta, quindi, di seguire le istruzioni di una persona esperta, di allenare, di dare suggerimenti? No. Il Coaching non si fonda su questi presupposti!
La definizione di “allenatore” non ci aiuta perché è un approccio troppo generico che, in alcuni casi, non ha nulla a che fare con il Coaching professionale; è addirittura in antitesi con alcuni presupposti fondamentali (come nel caso del dare consigli o spiegare alle persone “cosa devono fare”).
Chiariamolo subito: il Coaching è legato indissolubilmente al “come si fanno le cose” piuttosto che al “cosa si deve fare”; il Coaching è una competenza relazionale che dipende dal rapporto che s’instaura tra il Coach e il suo Cliente (o Coachee se preferite). È un metodo caratterizzato dal “fare”, dal “produrre”, dallo “ spostamento”, dal “movimento verso qualcosa” che di solito coincide con una meta fortemente desiderata.
L’obiettivo primario rimane quello del miglioramento, ma il punto è: come si può raggiungere tale scopo?
Facciamo una breve, ma utile premessa: il Coaching ha avuto origine nell’ambito sportivo (tanto per continuare ad addensare l’orizzonte di nubi e perplessità).
Nasce negli anni ʼ80, negli Stati Uniti, e si sviluppa rapidamente come tecnica per incrementare le performance sportive. Da quel momento il metodo è stato caratterizzato da un lungo decorso che l’ha legato in maniera indissolubile al miglioramento delle performance e al raggiungimento di obiettivi sfidanti.
L’avvio dell’elaborazione del metodo si deve alle geniali intuizioni di Timothy Gallwey, (un maestro di tennis) interessato ai processi d’insegnamento e apprendimento dei suoi allievi.
Gallwey fu un pioniere. Cercò di mettere in luce la necessità di liberare le potenzialità di una persona al fine di portare al massimo il suo rendimento; aiutarla ad apprendere piuttosto che limitarsi a impartirle dei meri insegnamenti tecnico-teorici.
Pensaci… hai mai preso una lezione di tennis? Gallwey riusciva ad insegnare a giocare a tennis in 45 minuti.
Guarda questo incredibile video storico…
Dagli Stati Uniti il Coaching si diffuse in altri paesi, in particolare in Europa.
Quantunque ancora oggi l’ambito aziendale e delle organizzazioni sia indubbiamente quello in cui il Coaching è maggiormente conosciuto, in realtà esso è un metodo che può essere applicato in moltissimi settori della vita sociale e dell’attività umana.
È bene sapere che il Coaching, in conformità a presupposti filosofici e metodologici, si divide in alcune grandi correnti culturali.
Tra queste possiamo distinguere quelle che a mio parere sono le più rappresentative:
- Il Coaching “performativo” (basato unicamente sulla performance)
- Il Coaching “individualista” (egocentrico, narcisista e basato unicamente sul miglioramento personale);
- Il Coaching “umanistico” (introspettivo, emotivo, fondato sull’unicità)
- Il Coaching “di ultima generazione” (integrato)
Il Coaching Performativo, il cui presupposto è fondato sul miglioramento della performance, sull’obiettivo e sulla miglior strategia per raggiungerlo, è caratterizzato dal voler migliorare la prestazione in modo pragmatico, tecnico e meccanicistico. È contraddistinto da processi, protocolli, sequenze, test, questionari e interviste strutturate.
Quando esasperato, brandisce slogan e “frasi fatte”, promette un facile successo, realizzazione, affermazione di se stessi. L’approccio esasperato, altresì, lascia intendere che gli obiettivi possono essere raggiunti a prescindere dalla soddisfazione, dalla felicità (e dal benessere) della persona. Il Coaching performativo, infine, trova la sua massima espressione nei popoli di origine anglosassone (Inghilterra, Stati Uniti e Australia in primis).
Il Coaching Individualista nasce come risposta al bisogno di successo e di realizzazione personale. È incentrato sulla migliore affermazione di sé e sulla crescita personale.
Alla persona viene proposto un allenamento che punta a esaltare il “convincersi che può farcela” a prescindere da chi sia, cosa sappia fare, dalla storia del suo passato e dai problemi che può avere. Il motto è rappresentato da frasi subdole: “…se vuoi, puoi!”, “basta volerlo”, “puoi ottenere qualsiasi cosa se sai come fare”. In questo caso lo stile tende a essere molto direttivo, prescrittivo, spesso addirittura autoritario; si evidenzia nella profusione di slogan di autoesaltazione e nella possibilità di governare facilmente se stessi. Autorevolezza, successo, competizione, potere, denaro e libertà sono interconnessi tra loro e condizionati da un costante “pensiero di potercela fare”.
La persona possiede ogni risorsa per essere vincente, efficace, attraente o per perdere e ammalarsi.
Basta conoscere il segreto che ovviamente conosce solo l’esperto… (il Coach, per intenderci).
Rispetto a quest’approccio si osserva che la volontà prescinde dall’intelligenza, dalla cultura e dalla preparazione; il saper fare domande produce successo, la motivazione prescinde dalla persona, dal progetto e dalla strategia, le emozioni verso se stessi sono scisse dai sentimenti verso gli altri e verso l’ambiente che viene posto in secondo piano. Il successo, il saper fare marketing, il denaro, la realizzazione personale sono l’essenza o l’unico risultato intelligente.
Il Coaching Umanistico nasce dall’esperienza pratica e prende le distanze dal Coaching individualista. È caratterizzato da un modello di Coaching che utilizza l’allenamento delle potenzialità. È caratterizzato da un modello di Coaching che vede nel dialogo maieutico l’asse portante. È fondato sulla centralità della persona, cura le relazioni, l’ambiente, l’essenza stessa della vita, rivendicando in maniera forte l’autonomia, l’unicità della persona e delle sue potenzialità. La felicità è alla base, il fine ultimo è conseguire l’autorealizzazione attraverso l’allenamento delle potenzialità inespresse. Conduce alla ricerca del significato esistenziale che sorregge il raggiungimento di un obiettivo.
Il Coaching di ultima generazione (G.r.o.w. Expanded) strizza l’occhio alle precedenti esperienze con un approccio critico e pragmatico. Del Coaching di tipo performativo mantiene la passione per l’eccellenza, la strategia e la tecnica per raggiungere gli obiettivi, di quello individualista la centralità dell’essere umano, la cura, il successo, la trascendenza, la temperanza e il rigore metodologico. Pone al centro del suo interesse l’importanza delle relazioni e del rapporto con il contesto, in un quadro caratterizzato dall’autonomia e dal raggiungimento di obiettivi autonomi. Considera il successo personale, le emozioni positive, la felicità e il benessere elementi centrali dell’azione.
Il Coaching di ultima generazione, pur distanziandosi da altre relazioni basate sul miglioramento della persona (PNL, counseling, mentoring, formazione, consulenza, crescita e sviluppo personale), attinge in maniera composita da quest’ultime, riconoscendo l’intuizione di distinguersi da un ambito patologico e terapeutico. Lo scopo non è di risolvere una difficoltà, superare un ostacolo, ma di aiutare la persona a conseguire la felicità attraverso uno sviluppo consapevole, autosufficiente, che conduce all’autorealizzazione. Mira, in altre parole, a una maggiore indipendenza e integrazione dell’individuo. L’attività del Coach si basa sulla rinuncia cosciente da parte del professionista a ogni controllo sul Cliente e alla possibilità di prendere decisioni per lui, ma valorizza il risultato positivo che la relazione di Coaching deve produrre.
Nel Coaching moderno, il Coach Professionista non “fa qualcosa” per convincere, persuadere o motivare la persona. Al contrario, fonda il suo operato sulla consapevolezza, sull’autonomia e sulla capacità di “saper assumere le responsabilità”.
Alla luce di questa situazione (turbata da mille interpretazioni, cattivi attori e ignoranti), sono convinto che, in un prossimo futuro, i Professionisti del Coaching dovranno concentrarsi su un grande problema: riconsiderare il loro operato e accettare che l’uomo altro non è che un “potenziale degno di fiducia”.